Ermal Meta, dopo Sanremo debutta l’album “Non abbiamo armi”

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Ermal Meta è senza ombra di dubbio uno dei cantautori più interessanti del momento. A dire il vero la sua figura non è poi così nuova, visto che già qualche anno fa aveva pubblicato delle canzoni e si era anche cimentato nella scrittura di testi per interpreti molto famosi, ma soltanto negli ultimi tempi il suo nome riecheggia come merita. Con la partecipazione al Festival di Sanremo 2018, dove ha duettato e vinto con Fabrizio Moro dietro al singolo “Non mi avete fatto niente”, Ermal è ufficialmente tornato in pista. E lo ha fatto con un nuovo album di inediti.

La sua ultima creatura si chiama “Non abbiamo armi”, e come molti suoi fan apprezzeranno, segna in modo inequivocabile un ritorno del “vecchio” Ermal, di quello che scrive continuamente e che in questo modo si contrappone a quei “colleghi” che fanno uscire un disco una tantum: questo è terzo album pubblico nel giro di tre anni, anche perché Ermal è uno di quelli che nel suo mestiere ci mette tanta passione. E lui, di cose da dire, ne ha parecchie.

Un filo che lega i dodici brani di “Non abbiamo armi” c’è, e se si hanno occhi aperti per guardare e cuore aperto per recepire, lo si può cogliere senza troppe difficoltà. Il primo singolo che segna l’apertura dell’album è proprio la canzone uscita vincitrice dalla 68esima edizione del Festival di Sanremo (“Non mi avete fatto niente”, per l’appunto), mentre le canzoni a venire sono, nell’ordine, le seguenti: “Dall’alba al tramonto”, “9 primavere”, “Non abbiamo armi”, “Io mi innamoro ancora”, “Le luci di Roma”, “Caro Antonello”, “Il vento della vita”, “Amore alcolico”, “Quello che ci resta”, “Molto bene, molto male”, “Mi salvi chi può”.

Come alcuni di questi titoli lasciano sottendere, l’album spazia da brani prettamente riflessivi fino a vere e proprie poesie d’amore: c’è veramente di tutto, e tutto ciò che ci sta dentro appare fedele a quello che è il genio creativo, la delicatezza, la sensibilità e la capacità autorale di un grande come Ermal Meta.

“Questo disco – spiega lui stesso – vuol mettere insieme Umano e Vietato morire (i precedenti album, ndr), ma al tempo stesso vuol fare un salto in avanti alla ricerca di altre direzioni. Lo scorso anno ho fatto molti concerti, ricavando parecchi stimoli. Giravamo a bordo di un furgone e spesso mi appuntavo cose sul telefono, tanto che ora mi ritrovo con una cartella piena di appunti, di note vocali e singoli strofe. Lì c’è un vero e proprio archivio. E’ una sorta di WIkimeta!”.

Ebbene sì, perché lui è così: un fiume in piena che assorbe emozioni e sensazioni praticamente a gettito continuo, e che tutte queste percezioni se le deve trascrivere subito per poi poterci lavorare sopra, dedicandogli la cura, l’amore e l’attenzione che meritano. Dopotutto da quegli appunti sparsi qua e là ci nascono pur sempre i capolavori che conosciamo…